Frank Spada

Marlowe ti amo. Una storia in sette giorni

I.1

10 Giugno 2009 | Pubblicato in Capitolo I

Aria calda dal mare a folate grigie nel cielo. Schiena umidiccia e pantaloni appiccicati guido la mia vecchia Olds lungo Bel Air. Accosto dietro uno scassato furgone rosso ed entro nel bar lì accanto per chiedere da che parte per Sausolito Road. Dentro, solo il barista, in fondo al bancone con la testa china a leggere chissà cosa; ordino spremuta e gin. Tolgo con le dita il ghiaccio e gli chiedo di rabboccare. Solo liquore, mescolare bene, prego. Due lunghe sorsate m’imperlano la fronte, accendo una sigaretta e guardo il filo azzurrognolo turbinare verso il ventilatore, sputando un grosso seme contro una mosca che si rigira sullo sgabello, cuoio rosso, sudicio. Pollastrelle appollaiate, bere e fumare aspettando i loro ganzi – ogni tanto al cesso per rifarsi i musi – e nel cuore il sogno di vivere lontano.Riparto fischiando sull’asfalto un’inversione a U, poi mi metto tranquillo sulle 50 miglia. Wild Corner Bridge, girare a destra e salire lungo i tornanti verso Sunnyhotline. Accendo la radio – cra-cra – forse stasera un bel temporale, nel frattempo godetevi la grande orchestra di Stan Kenton e i brividi dei “No Press” di Maynard Ferguson. Spero che questa volta le previsioni facciano centro, il polveroso vento caldo delle ultime settimane ha reso l’aria davvero irrespirabile.– Marlowe, fammi un piacere, è la vedova di un mio vecchio compagno d’armi, vedi cosa puoi fare, – ha chiesto il Capitano qualche giorno fa, dicendo che la donna, Angela G., ha una piccola tenuta sull’altopiano della Sierra do Sol, dove vive tra aranci, qualche baio e conti in ordine, e che dopo la morte del marito è incalzata da alcune compagnie di assicurazione. Per nulla al mondo vorrei scontentarlo, quello che mi ha chiesto è pur sempre un lavoro e “un lavoro tira l’altro”, come ripeteva spesso mio padre guardando mamma che preparava le frittelle e non decidendosi su quale brocco fare la puntatina settimanale, mentre io cercavo di partecipare ai suoi problemi promettendogli che una volta saremmo andati assieme alle corse. E invece lo lasciavo sempre lì con gli occhi ai piedi, immobilizzato nella sua poltrona a ricordarmi che il lavoro non perdona, quando lo si prende a grandi dosi e per lunghi anni.
Il Capitano della Sezione omicidi ha origini italiane, siciliane, di nome fa Santini e suo padre era amico del mio. Lo conosco da quand’ero bambino, esattamente dal giorno in cui venne a farci visita tutto in tiro nella sua divisa di giovane cadetto di polizia e fece uno scherzoso baciamano a mia madre tenendo il cappello a visiera sotto il braccio come si conviene, e io pensai fosse Petrosino e lo guardai ammirato accanto a mio padre che si complimentava dandogli manate pesanti come macigni sulle spalle. Ma tutto questo è ormai lontano nel tempo, quanto il vecchio quartiere dove abitavo allora e che oggi ha lasciato il posto al Pacific War Memorial, un luogo di ricordi.Svolto all’indicazione e mi fermo al numero 1517 di Longsdale Road. Dalla grata di un citofono mezzo nascosto da una lussureggiante tuberosa in fiore qualcuno gracchia qualcosa, poi lentamente il cancello automatico si apre e salgo lungo un viale inghiaiato che scricchiola sotto i pneumatici.La casa è quasi un palazzetto, due piani falso inglese di mattoni rossi e torrette a ogni angolo. Intravedo nell’avancorpo delle rimesse una limousine nera, sul lato opposto, seminascosta dietro un’aiuola alberata, una Austin MK azzurra senza capote, ultime due lettere della targa “J-Y”. Una tenda si scosta leggermente al primo piano. Ad attendermi un cinese in maniche di camicia e grembiule rosso che mi sorride fasullo.La grande stanza dove mi lascia pregandomi di aspettare è zeppa di libri in marocchino rosso ben allineati dietro le vetrine di una libreria che racchiude l’intero ambiente in penombra. Spessi tendaggi alle finestre appena socchiuse, divani larghi come letti, molte poltrone, un lungo tavolo ingombro di carte, un imponente caminetto in pietrame e accanto un elegante scrittoio di legni multicolori oltre a tappeti uno sull’altro e un soffocante profumo di gardenie che si mescola all’odore d’aria in scatola.
Avverto la presenza di qualcuno alle mie spalle, mezzo giro con la testa e me la trovo quasi di fronte: trent’anni, o qualche giorno di più, si accomoda flessuosa su un divano lasciando uscire allo scoperto due lunghe gambe da far rabbrividire un cieco. La sua voce roca m’invita a servirmi del posacenere sul tavolo e cerco subito di far sparire un resto grigio cadutomi sui pantaloni, prima di sentirmi già in castigo dietro la lavagna. Comincio a osservarla, indossa una leggera vestaglia di seta tenuta aderente al corpo solo da una fascia stretta in vita; ha l’aria d’averla infilata con il fastidio di chi smette qualcosa di piacevole. Con un rapido movimento lancia verso l’alto i lunghi capelli castani, spazzolati in gran fretta e raccolti di lato con un pettine arabescato fitto di pietruzze multicolori; e quelli ridiscendono ad accarezzare l’aria del suo profumo. Né trucco né calze, ai piedi scarpe nere di camoscio dal tacco altissimo che forse stanotte ha mandato in fondo al letto con un colpo di gambe prima di passare ad altro.
Alta concentrazione di femminilità e chincaglieria di prim’ordine si accompagnano alla consapevolezza di poterne disporre a suo piacimento. Comincia a raccontarmi della morte del marito, vittima un anno fa di un tragico incidente aereo e sento in lontananza il rombo a poco gas dell’Austin MK che si allontana, quasi che l’auto fosse partita a motore spento approfittando del viale in discesa. Mi chiede se per caso conoscevo il signor G. e se avevo saputo di quanto era successo; le rispondo di no, aggiungendo ironico che mi tengo alla larga dagli aerei e che preferisco sempre spostarmi in automobile. I suoi occhi sembrano non capire e passa oltre.– Ho una figliastra, Barbara, che dopo la morte del padre ha cambiato drasticamente abitudini, e sono molto in pensiero per lei. Negli ultimi mesi durante i fine-settimana spesso non rientrava a dormire a casa, ma non mi preoccupavo troppo, ora invece ha fatto fagotto. Se n’è andata circa una settimana fa dicendo che si sarebbe trasferita per qualche giorno da una sua amica, senza comunicarmi altro e lasciandomi da allora senza notizie. Ho chiesto in giro, ma senza risultati, pare sia stata vista a notte fonda in un locale della costa, uno di quelli dove si suona fino al mattino e pare si possa trovare anche qualcos’altro oltre ai liquori.
– Certo, ne conosco qualcuno… – ridacchio sottovoce.
– So che lei è un buon detective signor Marlowe, vorrei la cercasse e, una volta rintracciata, la tenesse sott’occhio con discrezione. Il Capitano Santini mi ha detto che posso fidarmi di lei, sono disposta a pagarle l’onorario in anticipo purché inizi il suo lavoro al più presto e mi fornisca tutte le notizie che riuscirà a procurarsi sulla ragazza. Le darò un numero telefonico, sempre collegato a una segreteria, in modo che possa farmi avere ogni aggiornamento. – La guardo interrogativo e lei aggiunge: – Ci tengo alla segretezza anche in casa e ho attivato questo recapito speciale che posso contattare per ascoltare i messaggi in qualsiasi luogo mi trovi… purché ci sia un telefono a disposizione, s’intende. – Termina sorridendo soddisfatta per la magnifica trovata.
– Nient’altro? – chiedo sorpreso. – Pensavo di dovermi occupare di assicurazioni. Così almeno mi era stato detto.
– Ah! No, no. Quelle fra qualche mese non daranno più problemi. Non si preoccupi Marlowe, quanto le chiedo è quasi un favore tra amici di cui ci si può fidare, anzi la prego, non occorre che riferisca al Capitano del nostro accordo; conosce Barbara fin da bambina e so che le è affezionato, non voglio farlo impensierire inutilmente. Sono solo un po’ preoccupata, la ragazza ha compiuto da poco vent’anni e non vorrei che cattive compagnie la portassero a cadere in qualche imbroglio; a quell’età non è poi così raro visto anche il genere di locali che si dice frequenti.
– Stia tranquilla signora G., farò il possibile per trovarla e riportarla a casa, – rispondo docile e rassicurante.
Resta qualche istante perplessa per quanto ho detto, poi si rimette in scioltezza guardandomi dritto negli occhi con due puri fuochi di smeraldo e mi chiede se voglio bere qualcosa; accenna a una limonata fresca e le rispondo che fin da ragazzino riservo gli analcolici solo per il giorno di Natale.
– Qualche motivo di tensione nei rapporti tra lei e Barbara? – domando a bruciapelo.– Tutt’altro, siamo come due sorelle. Abbiamo sofferto molto per l’improvvisa scomparsa di Philip G., ultimamente Barbara pareva essersene fatta una ragione e mi sembrava più serena.Mi serve uno scotch senza ghiaccio, riempie un bicchiere anche per sé e viene a sedersi accanto sul divano. Accendo premuroso due sigarette, la sua gliela appoggio con gentilezza tra le labbra semiaperte, e per qualche istante guardiamo il nostro fumo unirsi salendo attorcigliato verso il soffitto.
Il suo profumo si occupa delle mie narici; tiene le gambe accavallate facendone oscillare una lentamente e segue il mio sguardo che sorvola a bassa quota il suo corpo ondulato. Sorseggio il liquore e la temperatura aumenta, comincio ad avvertire troppo caldo; lei mi guarda in silenzio lanciandomi un delizioso sorriso. Meglio togliersi dai guai. Non voglio ostacoli nel mio lavoro.
– Ora è meglio che io vada signora G., se voglio iniziare le mie indagini già da stasera, – dico finendo il mio liquore con un sorso e mettendomi in piedi di scatto. – Vorrei una foto della ragazza per facilitare le prime ricerche ed evitare di fare troppe domande in giro. Il mio onorario è di 500 dollari la settimana, spese extra escluse, documentate. Mi guarda vagamente sorpresa, si alza e rinfodera le lunghe gambe, riavvicinando disinvolta, con una mano, i lembi semiaperti della vestaglia, quindi si dirige con impeccabili movenze verso il caminetto e toglie una foto da una cornice sul ripiano. Me la passa dicendo d’averla scattata poco tempo prima dell’incidente di suo marito, poi si siede allo scrittoio.È una foto a colori che ritrae i G., padre e figlia, sullo sfondo di un prato deserto. Lui la tiene vicina cingendole le spalle sorridente, lei guarda dritto verso l’obiettivo della macchina fotografica: labbra serrate e sguardo minaccioso, tiene la sua mano ben stretta a quella del padre.
Una bella ragazza dal volto abbronzato, occhi chiari, capelli biondi, corti senza frangia, veste una leggera camicetta bianca e stretti jeans blu scuro. Corporatura longilinea da farla sembrare un ragazzo e intuibili fattezze di donna con un pizzico d’intrigante ambiguità la rendono interessante anche senza sorriso.
– Ecco un assegno di 1500 dollari, immagino possa bastare per le prime due settimane. E questo è il numero al quale potrà lasciare ogni informazione sulla ragazza, – dice allungandomi veloce i due foglietti. – Mi raccomando sia discreto nelle indagini, conto molto su di lei e se avrò bisogno di parlarle la cercherò nel suo ufficio, conosco l’indirizzo, – sembra concludere tutto d’un fiato, ma fattasi pensierosa per un breve istante aggiunge: – Un’ultima cosa signor Marlowe, dimenticavo di dirle che per il momento mi basta avere solo notizie sullo stato di Barbara, tanto per tranquillizzarmi, non faccia nulla per riportarla a casa senza prima avvertirmi, non voglio creare inutili tensioni. – Poi perentoria conclude: – Non venga più qui e si tenga in contatto con me solo chiamando il numero che le ho dato.Intasco l’assegno, mi limito a ringraziarla con un sorriso poi guardo il biglietto. Il numero telefonico segnato non è di questo distretto, ma non è mia abitudine fare troppe domande al cliente al primo incontro. Probabilmente qualcuno di sua fiducia si presta a questo servizio o forse se ne fa carico qualche compagnia telefonica molto privata, dietro lauto compenso, per tenere ogni notizia ben protetta da qualsiasi controllo.
Si gira per accompagnarmi; io lascio la precedenza al richiamo della seta e seguo la sua schiena zufolante come un serpente stordito da appariscenti vibrazioni silenziose.
– Certo signora G., le farò avere una ricevuta al più presto.Prima di salutarmi dice che tra gli amici più intimi di Barbara qualcuno la chiama Lou, come faceva suo padre. Chiedo qualche nome, ma risponde di non conoscerli personalmente, né di sapere esattamente chi siano.