Dimmi chi sei Marlowe

Cinque sensi e un’anima

Dimmi chi sei Marlowe
In tutte le librerie

3 ottobre 2010 | Pubblicato in Senza categoria | Commenti disabilitati

“Chino la testa e John Atta si volta, mi invita ad affiancarlo,
mostrando agli occhi l’umano timore per l’ignoto.”

Il secondo romanzo di Frank Spada, Dimmi chi sei Marlowe. Cinque sensi e un’anima, pubblicato da Robin Edizioni – Biblioteca del Vascello, è in libreria.

Il detective Marlowe è momentaneamente parcheggiato in una clinica di Loco Hermoso, in territorio messicano. In convalescenza dopo un intervento chirurgico, si gode le cure dell’incantevole Miranda, l’infermiera dei sogni proibiti di ogni malato. Lasciato il Messico e rientrato a casa, Marlowe riceve una telefonata dalla signorina Conchita, sorella gemella di Miranda. Ugualmente bella da mozzare il fiato, la señorita rifila alla curiosità del detective strane storie di certi amori proibiti, costringendolo a seguire un caso pieno di sorprese e soprattutto a fare i conti col suo doppio, quel gemello siamese che lui s’è trovato cucito alla coscienza.
Tra molti “pollicini” e interminabili sigarette, spuntini al Minnie’s bar dove oltre al cibo c’è sempre un balconcino da apprezzare, in sella alla sua Olds Marlowe segue la pista di due antichi gioielli che uniti simboleggiano la vita eterna e per i quali più di qualcuno è disposto a uccidere.
Sequenze da film e colpi di scena, tra richiami letterari e acrobatiche metafore, non ultima quella che vede il detective con la sua baby alla tempia, mentre il jazz della West Coast si fa più acuto…

Dimmi chi sei Marlowe. Cinque sensi e un’anima, il secondo romanzo di Frank Spada pubblicato dalla Robin Edizioni – Biblioteca del Vascello (Roma), esce ad appena nove mesi dal romanzo di esordio dell’autore, Marlowe ti amo.

Potete colloquiare con l’autore online nel blog di Robin Edizioni, “Poche chiacchiere”.

Dimmi chi sei Marlowe
Cinque sensi e un’anima

3 ottobre 2010 | Pubblicato in Capitolo I | Commenti disabilitati

In questo sito viene pubblicato l’inizio del primo capitolo del romanzo di Frank Spada, Dimmi chi sei Marlowe. Cinque sensi e un’anima, pubblicato da Robin Edizioni – Biblioteca del Vascello.

I.1

3 ottobre 2010 | Pubblicato in Capitolo I | Commenti disabilitati

Testa pesante e raschiamento in gola. Occhi semiaperti vacillanti, e stordimento a capire chi sono, allungo con fatica una mano all’apparecchio sul comodino. Compongo molto lentamente un numero. Chiedo un collegamento internazionale: seguo le istruzioni. In tutto una decina di minuti, finché ascolto la mia voce che mi parla aitante all’altro capo del filo.
Non mi piace quel che sento. Tono rovescio a quel che mi aspettavo e non mi rallegro. Appoggio la cornetta e mando ingrato a quel paese chi mi ha parlato a distanza di tre giorni, poi richiudo gli occhi – rimescolo in bocca l’amarezza del fiele con le fitte che ogni tanto avverto al fianco e tento di riassopirmi.
– Buenos días mister Marlowe, cómo está?
Riapro appena le serrande, guardo di sottecchi avvicinarsi un ombelico in moto sotto un camice giallo e qualcuno, intuendo che i miei entusiastici commenti non si farebbero aspettare, m’infila in bocca un silenziatore di vetro.
Occhi neri come braci, labbra dove un’ape troverebbe pronto il suo lavoro, solleva disinvolta il lenzuolo per controllare la medicazione di qualcosa che senz’altro ho sottotraccia sulla pancia, ma che non ho ancora visto per gli effetti della robusta anestesia – l’ho richiesta supplicando prima dell’operazione ed è ancora indaffarata a evitarmi ogni curiosità locale. Al naso l’odore del disinfettante, rimette in ordine le cose, passa a misurare l’avambraccio e dà spazio alla mia voce. Chiedo se posso bere un caffè – molto zuccherato, preciso. L’infermiera va ai piedi del letto, annota la mia storia e lascia la stanza scodinzolando un rotondo doppio pungiglione che mi coglie di sorpresa.
– Muy bien. Hasta luego, hombre vigoroso!
Dopo circa un’ora, un inserviente mi porta una tazza di tè, semifreddo e senza zucchero, che mando giù a memoria della giornata.
Passa un giorno, o forse due. Lascio il letto per mettermi in poltrona, dove sfoglio coloratissime riviste messicane indossando la vestaglia, tentando d’imparare i vocaboli più utili per reimpossessarmi della vita e, orologio alla mano, aspetto trepido l’arrivo di Miranda E. e dei suoi quattro rotondi pungiglioni – un paio, piazzati sul davanti, le incalzano il leggero tessuto giallo – per farmi punzecchiare gli occhi ormai ipnotizzati dall’insieme.
– Buenos días, mi abeja reina! – dico quando arriva a fare il suo dovere, rivolgendole uno sguardo grande quanto un alveare per evidenziare la mia vitalità.
– Mister, non s’affatichi troppo! – implora sorridendo. – Inventarsi ogni volta che mi vede un modo nuovo per dirmi che le piace il miele, guardi che la fa sembrare un uomo a corto d’argomenti – puntualizza maliziosa.
Visto il brivido che sale su dal basso a me non pare, ma lascio che prosegua e, mascherando come posso il mio imbarazzo, mi informo dietro a un respiro stando steso a letto.
– Conosco bene la sua lingua, signor Marlowe, mi sono specializzata in chirurgia all’ospedale di Bellevue Hills – soggiunge premurosa. – Quindi sarà meglio se d’ora in poi la parleremo entrambi – prosegue riportandosi intrigante al volto la consuetudine del ruolo.
“Muy bien señorita!”, esclamo a mente aperta tra i pensieri, fiducioso che con la lingua di casa me la cavo molto meglio, mentre lei mi occhieggia tra le bende con partecipazione, dicendo: – Così forse ritroverà senza stancarsi la via di casa in tutti i sensi ed eviterà di mettersi nei guai già da qui dove si trova!
Per me inizierei anche subito. Sensi e guai si accoppiano bene al mio stile, ma per ora non scelgo andature di traverso; mando in sala macchine il comando e lascio che il rimorchiatore tenda il traino per accompagnarmi in acque aperte. Mi limito, in vigile silenzio, a non ostacolare le manovre in corso e controllo che non avvengano improvvisi sbalzi di tensione.
– Forse, signor Marlowe – aggiunge protesa verso il letto dal bordo della poppa – lei si sente lontano da se stesso a causa dell’anestesia, che in verità, nel suo caso, è stata appena un po’ oltre la norma per accontentarla. A volte capita che per qualche giorno il paziente sia portato a credere di essere un’altra persona, ma dia tempo al corpo di smaltire tutto e ritroverà presto i suoi pensieri abituali – conclude ironizzando, dolcemente professionale. Poi continua laboriosa a fare le sue faccende con l’aria di aver detto le stesse cose a molti altri, caduti prima di me nell’infido baratro dell’anestetizzante.
Diverse inutili sequenze, nelle quali mostro il meglio ogni volta che mi cambiano le bende, e sorrido a denti stretti perché vedo avvicinarsi il mare aperto. Alterno attese e incontri, ritmati da qualche sonnellino e riprendo il buon umore. Quand’è il momento penso al pranzo in arrivo, che nella sua monotonia mi manca come fosse la pappa della mamma: zuppa, pane tostato e qualche frutto sbucciato. Mentre, davanti agli occhi, piazzato bene in vista sul comodino, mi tiene compagnia un barattolo di vetro trasparente semipieno dei piselli che mi hanno prelevato l’altra mattina, assieme al baccello a pera che li conteneva. È stato messo lì affinché lo osservi bene, per mandarmi a mente la lezione: così ha ordinato il chirurgo della clinica Nosotros Junto di Ciudad de Loco Hermoso, situata a poca distanza dal confine messicano.
Ho detto a tutti, mà compresa, per evitare chiacchiere e indiscrezioni, che me ne andavo qualche giorno al Nord a trovare un tale. Invece sono dalla parte opposta, in questo posticino consigliatomi da Cummings, dove il chirurgo in affari di salute, suo cognato, gli tiene controllata da tempo una cirrosi epatica dovuta alla prima colazione: frugale, limitata a una robusta oliva infilata in un Martini molto secco per il ginepro dosato in maggioranza, che ogni giorno il mio amico spolpa con appetito appena lasciata casa, appollaiato su uno sgabello nel primo bar che trova sorseggiando il resto per non fare tardi sul lavoro. Cummings è il direttore capo dell’Agenzia di controllo assicurazioni della contea. Di solito scartabella fascicoli stando seduto dietro a una scrivania posizionata a un piano alto, nella zona amministrativa. Con lui ho un rapporto di amicizia basato sul mutuo soccorso informativo, soprattutto quando i soldi delle compagnie sono presi di mira da clienti fantasiosi, pronti a rischiare la galera per appropriarsene senza fatica. A volte, se non si può fare altrimenti, discutiamo sul da farsi davanti a un cocktail al Morning Bar, in Sunrise Street, proprio accanto al suo ufficio.
Prima di partire ho aggiornato il servizio telefonico, lasciando la mia voce al posto mio per annunciare che per inaspettati impegni all’estero sono costretto ad assentarmi e che, a conti fatti e viaggi compresi, non rientrerò in città prima di una quindicina di giorni. Ora eccomi in vacanza!
Mi godo il risultato delle pessime abitudini del compare che mi affianca da una vita e aspetto di lasciare questo posto per riprendere in libertà le mie. Intanto, durante il giorno, lo costringo a seguirmi qualche volta in bagno, spruzzando in giro deodorante per camuffare l’aria quando fumo, facendogli saltare i timpani mentali con il gocciolante sclic, sclic, sclic, sclic del rubinetto del lavabo. Di sera, invece, le condivido in gran segreto chiacchierando con Miranda in camera sua – prima di tornare a casa conto d’invitarla a cena in qualche localino a modo, magari suddiviso in separé a ricordarle un alveare, per fornirle prova della mia ritrovata integrità fisica e proporle di continuare i nostri promettenti dialoghi notturni sulla moralità in qualche posticino al caldo.
Incarno modi e sembianze di un convalescente di cui ci si può fidare, insomma, e celo all’infermiera dalla carnagione ambrata e dal profumo di purezza di sentirmi quasi pronto a cogliere l’occasione buona: un varco dove affacciarmi intrepido con il cucchiaio in mano per farmi zuccherare l’anima.
Il tempo passa e l’assistenza della señorita si fa di sera in sera più curiosa e di garza in garza sempre più vicina, finché il segno riportato nell’incontro ai ferri corti mostra in piena vista il risultato della mia presenza attiva sul luogo della sfida. Faccio i complimenti all’avversario – cuffietta e mascherina all’alba, come si conviene a un primario che quel mattino non temeva di essere frainteso, – perdonato per l’affondo inferto su misura e l’audacia di aver sfidato senza reagire il mio sguardo tenuto a occhi chiusi per cavalleria, e lo rallegro con qualche fanfaronata di tipo medievale per distrarlo dall’insistenza con cui vuole sapere se suo cognato osserva le buone regole impostegli dalla parentela. Prima dei saluti, il primario gentiluomo punta con poca discrezione un dito minaccioso verso il comodino, tanto che il testimone vitreo si fa cupo e il paziente imbarazzato.
Fatto sta che intravedo l’uscita della clinica e mi riabituo a dialogare con me stesso fantasticando sui giorni prossimi a venire. Il desiderio, per ora, mi vede insieme alla mia dolce amica, steso al sole dei Caraibi sotto la minaccia dei suoi pungiglioni senza salvapunte o mentre nuoto in sua aderente sincronia fino a farmi infilzare come un pesce da rosolarsi al fuoco pallido della luna. E per finire… divorato a piccoli morsi dalle sue labbra.
Vorrei che mi lasciasse con la lisca agli occhi al primo raggio del mattino, ad aspettare fremente l’arrivo della notte e poi di un’altra ancora, finché la schiena non mi reggerà più in piedi.
Ma c’è il futuro. Quello vero e di cui sono a conoscenza senza averne mai fatto tesoro, quello che t’impone gratis le sue scelte ed è ricco di sorprese da accettare tuo malgrado e proprio quando pensi che ti basterebbe quel che hai. Proprio come quella volta che mi beccai un colpo d’aria alle reni per aver lasciato la finestra aperta. Sbronzo, per la ricorrenza del mio compleanno festeggiato con la solita dieta in una bottiglia, trascinai in un sogno quel bestione di Earl Bostic – un orso nero, con un sax in mano, che dondolando un incubo al ritmo di Night Train mi colpiva sulla schiena con i tre toni bassi del refrain – e quando feci per tirarmi su per chiuderla il mio compare scivolò sopra le cartine dei cioccolatini sparse a terra e io finii contro il comodino, dove mi cerchiai di viola un occhio per ricordo.